Per demenza si intende genericamente una condizione di disfunzione cronica e progressiva delle funzioni cerebrali che porta a un declino delle facoltà cognitive della persona.
La demenza di Alzheimer rappresenta, il 54% di tutte le demenze, con una prevalenza nella popolazione ultrasessantacinquenne del 4,4%. La prevalenza di questa patologia aumenta con l’età e risulta maggiore nelle donne, che presentano valori che vanno dallo 0,7% per la classe d’età 65-69 anni al 23,6% per le ultranovantenni, rispetto agli uomini i cui valori variano rispettivamente dallo 0,6% al 17,6%. I tassi d’incidenza per la demenza di Alzheimer osservati in Europa indicano un incremento nei maschi da 0,9 casi per 1.000 anni-persona nella fascia d’età 65-69 anni a 20 casi in quella con età maggiore di 90 anni; nelle donne, invece, l’incremento varia da 2,2 nella classe d’età 65-69 a 69,7 casi per 1.000 anni-persona in quella maggiore di 90 anni.
È importante, per una corretta diagnosi, riconoscere le differenze tra delirium e demenza. Il delirio ha come caratteristiche il disorientamento, l’incapacità di concentrazione, l’alterazione dell’attenzione e pensiero confuso. La demenza tende a colpire le aree che interessano la memoria, mentre il delirio si focalizza principalmente sull’attenzione. Inoltre, mentre la demenza ha un decorso graduale e, non si sa bene quando nasca il punto di inizio il delirio è improvviso e ha generalmente un punto di inizio preciso.
La demenza di Alzheimer è la forma più diffusa di demenza. Si stima che in Italia ci siamo circa 500000 persone diagnosticate. Questo tipo di demenza rientra nella classificazione dei disturbi neurocognitivi maggiori in quanto le funzioni cerebrali vengono alterate al punto di non consentire più alla persona le normali attività quotidiane.
Fu il neurologo tedesco Alois Alzheimer a dare il nome a questa malattia nel 1907. Il dott. Alzheimer condusse un esame post mortem su una donna che era deceduta a causa di una malattia mentale non riconosciuta. Con questo esame autoptico, il dott. Alzheimer notò, nel cervello della donna, placche amiloidi e viluppi neuro-fibrillari che creavano i sintomi di cui soffriva la donna.
Ad oggi, nei pazienti affetti da demenza di Alzheimer si osserva una perdita di cellule nervose nelle aree cerebrali vitali per la memoria e per altre funzioni cognitive. Si riscontra, inoltre, un basso livello di quelle sostanze chimiche, come l’acetilcolina, che lavorano come neurotrasmettitori e sono quindi coinvolte nella comunicazione tra le cellule nervose
Diagnosi
La diagnosi corretta della malattia di Alzheimer è possibile solo con un esame post mortem. Questo in quanto è necessario sezionare il cervello del paziente per identificare la presenza di placche amiloidi. Per questo motivo, sui certificati di diagnosi, si troverà scritto “probabile o possibile” demenza di Alzheimer.
Per la valutazione è necessario svolgere test medici (es: urine, sangue, tac cerebrali) sia applicare batterie di test neuropsicologici (es: misurazione della memoria, dell’attenzione, delle capacità verbali ecc.).
Decorso e sintomi
Dalla diagnosi si stima che i pazienti possano vivere dagli 8 ai 10 anni circa.
La demenza di Alzheimer viene suddivisa, a seconda della gravità dei sintomi in lieve, moderata e grave.
Alzheimer lieve
Viene denominata in questo modo la fase iniziale della malattia che dura all’incirca dai 2 ai 4 anni. In questa fase il punteggio del test MMSE (Mini Mental State Examination) è compreso tra i 24 e i 27 circa. In questa fase la memoria a breve termine comincia a deteriorarsi per cui si comincia ad avvertire una difficoltà nel ricordare fatti appena accaduti. Anche la memorizzazione di nuove procedure appare difficoltosa. Il linguaggio comincia ad impoverirsi. Spesso si tende a non trovare la parola corretta per esprimere un pensiero o indicare un oggetto. Anche l’orientamento spazio-temporale inizia ad alterarsi: si comincia a dimenticare percorsi anche abituali e i giorni o i mesi correnti.
Alzheimer moderato
Viene denominata in questo modo la fase successiva a quella lieve. Può durare dai due ai 4 anni. Il punteggio del MMSE ((Mini Mental State Examination) è compreso tra i 24 e i 14 circa. In questa fase i sintomi tendono ad aggravarsi. Il disorientamento spazio-temporale aumenta. Le attività quotidiane cominciano a risultare difficoltose. Anche le relazioni risentono dell’aggravarsi dei sintomi. Il malato potrebbe iniziare a trascurarsi e a mostrare l’insorgere di disturbi dell’umore. In questa fase inizia ad essere necessaria una supervisione da parte di un caregiver di riferimento.
Alzheimer grave
In questa fase la persona deve essere assistita continuamente. Il punteggio del test MMSE (Mini Mental State) è inferiore a 14. L’area del linguaggio è quasi completamente compromessa, così come la mobilità e l’orientamento spazio-temporale. Sono compromessi il controllo sfinterico, la deglutizione ecc. La comunicazione può avvenire sono attraverso il contatto corporeo. Spesso vi è necessità di un’assistenza anche medica 24 ore su 24.
La demenza frontotemporale deriva da disturbi ereditari o spontanei che causano la degenerazione del lobo frontale e a volte temporale del cervello. Le cellule cerebrali contengono tipi o quantità anomale di una proteina chiamata Tau.
Rispetto alla demenza di Alzheimer, si ha una minore alterazione della memoria ma vengono danneggiati maggiormente linguaggio, personalità e comportamento.
Circa 1 demenza su 10 è di tipo frontotemporale.
Solitamente, tale demenza si sviluppa nelle persone di età inferiore ai 65 anni. L’incidenza fra uomini e donne è quasi la stessa. La demenza frontotemporale tende a essere familiare.
In queste demenze, i lobi frontali e temporali si riducono (atrofia) e le cellule nervose si perdono. Queste aree del cervello sono solitamente associate alla personalità e al comportamento.
Diagnosi
La diagnosi della demenza frontotemporale avviene come per la demenza di Alzheimer, con esami medici e test neuropsicologici.
La tomografia a emissione di positroni (PET), un esame di diagnostica per immagini, può aiutare a differenziare la demenza frontotemporale dalla malattia di Alzheimer.
Decorso e sintomi
Le persone con demenza frontotemporale mostrano difficoltà a pensare in modo astratto, a ricordare quello che gli viene comunicato e a prestare attenzione. Hanno problemi a riordinare le idee o a svolgere le azioni di un compito nell’ordine giusto (sequenza). Si distraggono facilmente. Tuttavia, solitamente sono consapevoli di ora, data e luogo e sono in grado di svolgere le loro attività quotidiane. Alcune persone con demenza frontotemporale diventano disinibite, arrivando a un comportamento sempre più inadatto. Possono parlare in modo volgare. Può aumentare in modo anormale il desiderio sessuale. Il comportamento può diventare impulsivo e compulsivo. Possono ripetere la stessa azione in continuazione. Possono andare ogni giorno nello stesso luogo. In questo caso possono essere utili dei farmaci antipsicotici. Chi soffre di questo tipo di demenza frontotemporale tende a trascurare l’igiene personale. In alcune demenze frontotemporale vengono colpiti i muscoli. Questi possono indebolirsi e ridursi (atrofia). Vengono interessati i muscoli della testa e del collo, rendendo difficile la deglutizione, la masticazione e l’eloquio. Si può verificare l’inalazione (aspirazione) degli alimenti, che possono portare a polmonite da aspirazione. Tra i vari sintomi, a seconda della parte del cervello colpita, troviamo problemi di linguaggio e cambiamenti di personalità. Tra i problemi di linguaggio troviamo la disartria, ossia l’incapacità ad articolare bene un discorso, l’afasia, ossia l’incapacità nel trovare le parole corrette e l’anomia, ossia l’incapacità di nominare gli oggetti. In questo caso è utile ricorrere a sessioni di logoterapia. Il decorso è gradualmente progressivo con una sopravvivenza media di 6-11 anni dall’insorgenza dei sintomi
La demenza vascolare è dovuta ad una serie di infarti cerebrali, legati il più delle volte ad una malattia cerebrovascolare, che causano deterioramento cognitivo irreversibile.
Si verifica in genere nelle persone che hanno fattori di rischio vascolare (ipertensione, diabete, iperlipidemia, fumo, ecc.) e in quelli che hanno già avuto diversi ictus. Spesso la demenza vascolare si presenta quando numerosi eventi ischemici cerebrali causano perdite neuronali tali da alterare le funzioni del cervello. Anche eventi di natura emorragica possono causare questo tipo di demenza. Molte persone possono presentare allo stesso tempo sia demenza vascolare che malattia di Alzheimer.
Diagnosi
La diagnosi di demenza vascolare è generalmente simile alla diagnosi di altre forme di demenza. Per quanto riguarda la diagnosi differenziale tra demenza vascolare e altre tipologie di demenze, essa si basa esclusivamente sul giudizio clinico.
I fattori che suggeriscono la demenza vascolare (o malattia di Alzheimer con malattia cerebrovascolare) sono i seguenti:
- Evidenza di infarti cerebrali
- Elevato score ischemico di Hachinski
- Caratteristiche cliniche tipiche della demenza vascolare (prominente disfunzione esecutiva, perdita di memoria lieve o assente)
La conferma della diagnosi di demenza vascolare richiede una storia di ictus o l’evidenza di una causa vascolare per la demenza rilevata grazie al neuroimaging. Qualora siano presenti segni neurologici focali, o vi sia l’evidenza di una patologia cerebrovascolare è necessario effettuare un’accurata valutazione per ictus cerebrale.
Decorso e sintomi
I sintomi sono simili a quelli delle altre demenze (perdita di memoria, pensiero rallentato, difficoltà ad iniziare e a terminare un compito). I sintomi cognitivi prevedono alterazione dell’attenzione complessa, tra cui risulta particolarmente alterata la velocità di elaborazione. In associazione si osservano cambiamenti di personalità e umore, incluse abulia, depressione e labilità emotiva.
Tuttavia, rispetto ad esempio alla malattia di Alzheimer, la demenza vascolare tende a causare la perdita di memoria più tardi e ad influenzare la funzione esecutiva più precocemente. Inoltre, i sintomi possono variare a seconda di dove si verificano gli eventi ischemici.
Contrariamente ad altre tipologie di demenze, la demenza multi-infartuale tende ad avanzare progressivamente, in quanto ciascun singolo episodio ischemico è accompagnato da un declino sul piano cognitivo, talora seguito da un modesto recupero.
Per quanto riguarda il deficit cognitivo, esso può essere focale; ad esempio, la memoria a breve termine può essere meno coinvolta rispetto ad altre forme di demenza. Poiché la perdita può essere focale, i pazienti possono conservare più aspetti della funzione mentale ed essere dunque maggiormente consapevoli del loro deficit. Per questo motivo la depressione è più frequente in questa malattia che non nelle altre demenze.
La mortalità di questa patologia a 5 anni è del 61%, valore più elevato rispetto alle altre forme di demenza. Ciò in quanto, presumibilmente, sono presenti altre malattie da aterosclerosi che rendono minore la prognosi del paziente.
Oggi giorno non sono state ancora trovate terapie efficaci per la remissione della malattia, di conseguenza, ciò che si può fare, al momento, è solo il contenimento di alcuni sintomi.
Nella gestione della malattia, ad oggi, si tende a combinare l’utilizzo di terapie farmacologiche con quello delle TNF o terapie non farmacologiche.
Terapia farmacologica
I farmaci da somministrare alla persona con diagnosi di demenza vengono scelti dall’equipe medica, sia in base alla diagnosi sia in base alla sintomatologia presente nel paziente. In generale, i farmaci che si tendono a somministrare sono gli inibitori dell’acetilcolinesterasi che possono aiutare a limitare l’aggravarsi dei sintomi per alcuni mesi (donepezil, galantamina, rivastigmina) e glutammatergici (memantina). Per i disturbi emotivo-comportamentali associati le classi di farmaci attualmente impiegate sono quelle degli antidepressivi, degli antipsicotici atipici di seconda generazione e gli stabilizzatori dell’umore.
Terapia non farmacologica
Da qualche anno si è cercato di porre maggior attenzione anche al tema delle TNF o terapie non farmacologiche. Questo perché si è notato come, alcune sintomatologie, vengano meglio contenute e gestite grazie a questo tipo di approccio. Le TNF inoltre sembrano incidere anche sulla qualità della vita della persona sia dal punto di vista relazionale, che emozionale. Tra le TNF principali si cita la “riabilitazione neuropsicologica” che è un’attività di stimolazione cognitiva che rallenta leggermente il decorso della malattia, attenua i disturbi comportamentali e stimola il funzionamento sociale. Ovviamente, attenuando i sintomi del malato, si interviene anche sullo stress del caregiver. Tale intervento si sviluppa in incontri della durata di circa 1 ora che possono essere di gruppo o singoli. All’interno di questo momento si svolgono attività che possano sia stimolare le abilità residue, sia trovare strategie per compensare le mancanze.
Le TNF possono essere applicate in qualsiasi momento della malattia. Non si può dire con certezza quale sia il momento perfetto per l’applicazione, ci si approccia con diversi tentativi per valutarne il beneficio. Se l’approccio viene rifiutato dalla persona si può comunque provare a riproporlo in un secondo momento. Stessa cosa vale per la scelta della tecnica da applicare. In ambito psicologico si è visto come, tali tecniche, si leghino agli stati mentali più arcaici, e ai relativi meccanismi di difesa.
Esempi di queste tecniche sono:
- Doll Therapy
- Terapia del treno
- Pet therapy
- Approccio Snoezelen
- Validation Therapy
- Terapia della sabbia
- Musicoterapia
- Aroma terapia
È importante sottolineare come queste tecniche non vadano assolutamente a sostituirsi all’approccio farmacologico ma lo integrino.